Restaurare un intonaco antico o di pregio

Spesso gli intonaci antichi sono il supporto di pregevoli decorazioni realizzate ad affresco o sgraffito. Per questo vanno restaurati con le procedure corrette.

Restaurare gli intonaci antichi

Poiché gli intonaci antichi spesso fungono da supporto per decorazioni di pregio realizzate ad affresco o sgraffito, oppure costituiscono la testimonianza di tecniche e materiali ormai obsoleti, intervenendo su un edificio storico occorre trattarli con le giuste tecniche e materiali.

Gli intonaci antichi fanno spesso da supporto a decorazioni pregevoli.
In generale, l’intervento di manutenzione o restauro di un intonaco di pregio comporta le fasi seguenti:
– indagini preliminari, invasive o non invasive;
– preconsolidamento;
– pulitura;
– consolidamento;
– reintegrazione delle lacune;
– protezione.

Analizzeremo nel dettaglio ciascuna di queste fasi, sebbene questa trattazione, in considerazione della complessità dell’argomento non può considerarsi esaustiva.
Indagini preliminari su un intonaco decorato

Un intonaco decorato bisognoso di restauro.La prima operazione nel restauro di un intonaco decorato è sicuramente un accurato rilievo geometrico della facciata, assolutamente fondamentale per documentare i lacerti di intonaco ancora esistenti e soprattutto lo stato di conservazione di tutte le superfici (muratura, intonaco, elementi decorativi in pietra, cotto o stucco).

A tale scopo, risulta molto agevole servirsi di un fotopiano in scala dell’intero prospetto, utilizzabile anche come base per la ricostruzione ipotetica della decorazione o la redazione di mappe tematiche: degrado, materiali, punti di prelievo di campioni di intonaco, saggi stratigrafici o prove di pulitura, eccetera.

Fondamentali sono anche le fotografie di dettaglio degli elementi più significativi.

Successivamente, si passa all’esame visivo diretto, indispensabile per individuare e perimetrare le zone più degradate. Molto importante è inoltre la battitura dell’intonaco, a mano o con un martelletto, per delimitare con precisione le zone soggette a distacco: tali zone vanno segnate direttamente in situ con un gessetto, mentre per le altre forme di degrado, classificate secondo il lessico Normal, risultano sufficienti degli elaborati specifici.

Molto utile, infine, il prelievo di alcuni campioni, necessari per scegliere la malta più adatta per le reintegrazioni delle lacune e/o la stuccatura delle lesioni e i saggi stratigrafici per ricostruire le fasi decorative dell’edificio. Per ottenere risultati significativi, queste operazioni vanno però compiute nei punti più adatti, come il sottogronda o le zone protette dalle intemperie.
Preconsolidamento e pulitura di un intonaco di pregio

Una volta concluse le indagini preliminari, la prima fase operativa consiste nella messa in sicurezza delle porzioni di intonaco o pellicola pittorica parzialmente distaccate, così da evitare possibili rischi per cose o persone o la perdita di ulteriori porzioni della decorazione.

Intonaco decorato probabilmente quattrocentesco.
Nel caso di un intonaco si procede alla costruzione di supporti temporanei, costituiti da tavolette di legno poste a qualche centimetro di distanza dalla superficie da proteggere, oppure direttamente alla riadesione al sopporto delle placche di intonaco rigonfiate.

Nel caso della pellicola pittorica superficiale si applica invece una protezione di garza o carta di riso giapponese imbevuta di un collante reversibile, ad esempio resina acrilica.
Se tuttavia la superficie è molto decoesa si può applicare una soluzione di idrossido di calcio in un solvente inorganico, da preferire all’acqua per la sua maggiore stabilità. Tuttavia non si può adottare questo sistema in presenza di depositi superficiali pulverulenti, e nel caso di superfici particolarmente fragili è opportuno prevedere l’applicazione preliminare di uno strato protettivo di carta velina.

Per la pulitura si possono invece utilizzare diverse tecniche, in base all’estensione della superficie e alla tipologia di sporco da trattare.

Intonaco tardomedievale con decorazione geometrica.Per uno sporco non particolarmente tenace e superfici non molto pregiate può infatti bastare un’energica spazzolatura con pennellesse e spazzole morbide, mentre se la superficie è molto vasta si può ricorrere alla pulitura con acqua nebulizzata a bassa pressione, che investe la superficie con una fitta nebbia di piccole goccioline.
Per controllare direttamente l’azione di pulitura, si possono invece utilizzare degli spruzzatori manuali, ma i tempi e costi dell’operazione si allungano notevolmente.

Per rimuovere sostanze molto tenaci, come macchie di vernice, ruggine o croste nere, si possono invece adottare gli impacchi localizzati che, essendo applicati soltanto sulle macchie, riducono drasticamente il rischio di danneggiare le parti da non trattare.

Come supporto per gli impacchi si usano la polpa di cellulosa o alcune argille assorbenti come la seppiolite e l’attapulgite.

Gli impacchi a base di acqua distillata sono particolarmente indicati per estrarre i sali solubili, mentre per la rimozione di sostanze particolari (ad esempio olii combustibili o ruggine), o l’asportazione di alghe, licheni e croste nere sono necessari specifici prodotti chimici, come il detergente AB 57 dell’azienda Bresciani. La tipologia di prodotto e il tempo di applicazione variano però in base al tipo di macchia e perciò è consigliabile eseguire alcune prove preliminari su zone nascoste.

Quando infine non si possono utilizzare gli altri sistemi, come in presenza di zone molto decoese, trattate con prodotti consolidanti o con incrostazioni decisamente tenaci, si può ricorrere alle apparecchiature laser o ad ultrasuoni.
Consolidamento e integrazione delle lacune di un intonaco antico

Dopo aver pulito accuratamente le superfici, è necessario consolidarle: uno dei problemi più frequenti nel restauro di un intonaco antico consiste infatti nel far riaderire al supporto le parti distaccate, facilmente riconoscibili perché con sollevamenti o rigonfiamenti.

Lacerti di intonaco medievale con decorazione geometrica.
Il metodo più consueto prevede l’esecuzione di iniezioni di miscela consolidante, costituita da una malta molto fluida con una parte di grassello di calce, una di inerte molto sottile e una piccola quantità (5-10%) di resina acrilica come fluidificante. In presenza di micro-distacchi, cioè soluzioni di continuità non superiori al millimetro, si può invece utilizzare un’emulsione di resina acrilica con inerti di granulometria finissima.

Se le parti da far riaderire sono completamente distaccate dal supporto, è necessario stuccare tutte le lesioni e sigillare le discontinuità con piccole guarnizioni di gomma o robusto nastro adesivo. A questo punto, sulla superficie dell’intonaco vanno praticati numerosi fori con un diametro di 2-4 mm, il cui numero e posizione dipende dalle caratteristiche dell’intonaco su cui si interviene. Si passa quindi all’aspirazione dei depositi pulverulenti, seguita da un’accurata spazzolatura manuale con pennelli morbidi.

Prima della miscela consolidante è opportuno iniettare anche una soluzione di acqua distillata e alcool per pulire ulteriormente le superfici e facilitare lo scorrimento del consolidante.
Le iniezioni vanno eseguite dal basso verso l’alto, stuccando progressivamente i fori già usati, mentre si può facilitare la riadesione dell’intonaco comprimendolo sulla muratura con una tavoletta di legno sostenuta da puntelli o martinetti.

Una lacuna estesa compromette la leggibilità della decorazione.
Per il consolidamento di intonaci disgregati o polverizzati occorre servirsi di appositi prodotti di origine organica, come le resine sintetiche o il silicato di etile, oppure di natura inorganica come l’idrossido di bario, che ristabiliscono la continuità fisica e chimica fra le particelle ormai decoese. L’applicazione avviene solitamente a pennello, a spruzzo o a rullo se le zone da trattare sono piuttosto estese; in alternativa, con impacchi e iniezioni per consolidamenti localizzati.
Anche in questo caso, prima di procedere al consolidamento vero e proprio si consiglia di eseguire alcune prove preliminari.

La reintegrazione delle lacune è invece importante dal punto di vista sia funzionale (una lacuna dello strato di intonaco consente infatti la penetrazione di acqua all’interno del paramento murario) sia estetico, per la corretta lettura e ricostruzione della decorazione.

Per le lacune dell’intonaco o la stuccatura delle lesioni occore utilizzare una malta compatibile con quella originaria, confezionata in cantiere o già pronta per l’uso, come ad esempio i prodotti delle linee Biostorical e Magistra del gruppo Tradimalt.

Rentegrazione virtuale secondo linee semplificate di una lacuna molto estesa.
Per le lacune pittoriche di piccole dimensioni si può infine ricorrere alla tecnica del rigatino, consistente nell’esecuzione delle necessarie riprese, attraverso un fitto tratteggio eseguito a pennello; mentre per quelle di dimensioni maggiori, sopratutto se in disegni geometrici, partiti architettonici o decorazioni facilmente ricostruibili, si può riproporre il disegno originario secondo linee semplificate, con colori in sottotono o con una diversa tecnica di esecuzione , ad esempio affresco per la reintegrazione di un intonaco realizzato a sgraffito.
Protezione di un intonaco di pregio
Dopo aver completato il restauro di un intonaco di pregio, occorre provvedere alla sua protezione mediante l’applicazione di prodotti idrorepellenti, in grado cioè di proteggere la superficie dall’acqua piovana.

Questi prodotti, applicati a rullo e/o a pennello o con appositi vaporizzatori, devono garantire la perfetta trasparenza e inalterabilità delle superfici trattate, senza ingiallire dopo una prolungata esposizione ai raggi solari, la reversibilità dell’intervento, la non formazione di sali dannosi per il supporto e infine la traspirabilità al vapore acqueo.

I prodotti più idonei sono generalmente i silani e silossani; il silicone è invece inadatto, perché tende a formare una patina lucida sulla superficie trattata, con un effetto bagnato molto sgradevole.

Il trattamento protettivo va ripetuto periodicamente, perché nel giro di alcuni anni il protettivo tende a perdere le proprie caratteristiche in seguito all’esposizione alle intemperie e ai raggi ultravioletti.

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