Effettuare un corretto recupero degli edifici rurali

Il recupero degli edifici rurali abbandonati è un ottimo metodo per ridurre lo spreco di territorio, incentivare l’economia locale e valorizzare il paesaggio.

Recuperare gli edifici rurali: un’ottima idea

La campagna pullula letteralmente di edifici, case, ville e fienili abbandonati, degradati o fatiscenti. Riutilizzarli, restaurarli e abitarli è un’ottima idea per tantissimi motivi.

Innanzitutto è una scelta culturale: Saverio Muratori sosteneva infatti che
l’architettura è la società che si autodetermina, è la civiltà
Così come la crisi dell’architettura è la crisi civile. Riutilizzare gli edifici rurali dismessi o abbandonati contribuisce quindi in maniera sostanziale alla salvaguardia del nostro territorio, perché trasformando i vecchi fienili o casali in abitazioni significa evitare o ridurre le lottizzazioni di villette a schiera che si inseriscono di prepotenza nel paesaggio, spesso cementificando e snaturando scorci pittoreschi.

Vecchio edificio rurale tuttora abitato sulle colline modenesi

Inoltre, le vecchie case di campagna sono piene di fascino e mistero. I muri scrostati sono veri e propri palinsesti che raccontano una storia attraverso l’apertura di una porta, la modifica di una finestra o l’aggiunta di una stanza. L’edilizia tradizionale, rispecchiando fedelmente il sistema sociale di un luogo e servendosi dei materiali locali, forma un tutt’uno con il suo contesto.

É anche una scelta rispettosa dell’ambiente; restaurare un edificio abbandonato significa infatti riportarlo a nuova vita e renderlo utile. Un casale abbandonato può diventare ad esempio un’abitazione multifamigliare con un grandissimo giardino in cui magari coltivare un orto o piantare un albero da frutto. Uno stile di vita sano e consapevole, lontano dalla frenesia delle città più grandi. E si evita la cementificazione, perché il riuso sistematico degli edifici abbandonati riduce la necessità di quartieri residenziali decentrati e malserviti, recuperando territorio per l’agricoltura.
Vecchi edifici rurali recuperati sulle colline modenesi
Si valorizza infine l’economia locale in due diversi modi: preferendo manodopera locale e materiali tradizionali, facilmente reperibili sul posto, oppure creando percorsi di turismo sostenibile grazie alla ricorversione di vecchi mulini, fienili, stalle e case cantoniere in foresterie, case per vacanze o bed and breakfast.
Restaurare un edificio rurale: tecniche e strategie di intervento

Intervenire su un vecchio edificio rurale senza stravolgerlo è però tutt’altro che semplice, perché i fattori da considerare sono molteplici.

Per prima cosa occorre rispettare i caratteri costruttivi tradizionali scegliendo materiali e tecniche di intervento compatibili con l’ edilizia premoderna: vanno dunque evitati la sostituzione di solai e coperture originali dall’orditura lignea con solette in cemento armato o profilati di acciaio; l’uso della malta cementizia e tecniche di consolidamento invasive e irreversibili.

I vecchi edifici rurali mostrano numerose fasi costruttive evidenti
Anche il rispetto dell’estetica è molto importante, perché moltissimi edifici storici si presentano come palinsesti pluristratificati con trasformazioni e fasi costruttive evidenti.

In sede di ristrutturazione è quindi fondamentale operare secondo i principi del restauro architettonico, conservando ad esempio gli intonaci originali o viceversa non ricoprendo con un intonaco anonimo una muratura in pietra e mattoni ormai decorticata da lungo tempo, allargare o modificare irreversibilmente le bucature esistenti o inserire nuove aperture senza rispettare il ritmo e le dimensioni di quelle esistenti.

I segni architettonici contemporanei, spesso indispensabili per adattare l’edificio alla nuova funzione, devono inserirsi con garbo e rispetto nel fabbricato esistente, senza creare contrasti stridenti o dominare con prepotenza: il progettista dovrà quindi adottare scelte prudenti e consapevoli facendosi guidare dalle caratteristiche dell’edificio ed evitando di imporre a tutti i costi il proprio stile personale.

Il recupero di un edificio rurale non deve cancellare i segni del tempo
Anche la destinazione d’uso va scelta con oculatezza tenendo conto della superficie e della tipologia edilizia del fabbricato: un edificio di piccole dimensioni come una stalla, un mulino o un fienile può diventare un’abitazione unifamiliare, mentre una villa padronale o un grande casale possono essere frazionati in più appartamenti senza eccessivi stravolgimenti.

Tuttavia, il taglio delle unità immobiliari sarà di preferenza medio-grande, evitando di dividere le stanze spaziose con molti tramezzi o di realizzare troppi monolocali e bilocali.

Alcuni consigli di massima riguardano quindi:
– la scelta di materiali tradizionali come pietra, legno e mattoni, evitando per quanto possibile le grandi superfici a vista in acciaio o cemento;
– la reinterpretazione e riproposizione di stilemi decorativi e tecniche costruttive del luogo;
– la conservazione, nei limiti del possibile, di strutture ed elementi decorativi originari;
– il rifiuto di soluzioni formali, ad esempio il postmoderno, dettate unicamente dalla moda del momento;
– il tamponamento delle grandi aperture dei fienili con vetrate leggere e trasparenti, così da non alterare l’originario equilibrio tra pieni e vuoti.
Il recupero dei fabbricati rurali: leggi e incentivi

Ma il recupero di un edificio rurale spesso conviene anche dal punto di vista economico: lo Stato e alcune regioni hanno infatti varato alcuni incentivi specifici.

Vecchio edificio rurale recuperato e abitato sulle colline toscane
La Toscana ha ad esempio da poco approvato una legge regionale che, modificandone una preesistente, introduce alcune significative novità: riduzione degli oneri comunali (costo di costruzione e oneri di urbanizzazione primaria e secondaria) per chi recupera e rende fruibile un edificio rurale in stato di rudere e possibilità di incrementi volumetrici per chi, nel recuperare un edificio non vincolato come bene culturale e non sottoposto a restauro conservativo, consegue determinati livelli di miglioramento sismico ed energetico.

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali si spinge ancora oltre, cedendo in concessione gratuita per diciott’anni ben 103 edifici dismessi, tra cui case cantoniere e masserie, a enti, privati o associazioni che si impegnino a ristrutturarli e valorizzarli per attività culturali o di turismo sostenibile: il progetto si chiama Cammini e Percorsi, il bando di partecipazione è previsto entro l’estate.
Autorecupero degli edifici rurali
Un’altra strategia per recuperare un edificio dismesso con piccoli investimenti è l’autorecupero, che prevede appunto il restauro e successivo riuso di un fabbricato da parte dei futuri abitanti o utilizzatori. É una pratica molto antica e attestata fin dal medioevo, quando numerosi grandi costruzioni romane come templi, terme o teatri furono riadattati come chiese, case o perfino castelli.

Naturalmente, questa pratica tuttora abbastanza marginale in Italia, richiede alcune cautele:

Per prima cosa, è consigliabile iscriversi a un’apposita associazione, in grado di fornire consigli e anche supporto logistico agli auto-recuperanti inesperti.

Viene ovviamente richiesto il rispetto integrale delle normative in materia edilizia, di gestione del territorio e di prevenzione degli infortuni sul lavoro: prima dell’inizio dei lavori è quindi necessario il deposito della pratica edilizia o l’ottenimento del Permesso di Costruire, e se richiesto, il deposito della relazione di calcolo strutturale con relativo progetto esecutivo e il nulla-osta della Soprintendenza per gli edifici vincolati come bene culturale.

Fondamentale anche la nomina del direttore dei lavori, che può essere un tecnico esterno o uno degli auto-recuperanti.

Il cantiere va gestito secondo tutte le norme vigenti. In presenza di lavorazioni pericolose, ad esempio da svolgere in quota o che comportano scavi, va redatto il Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC) e nominato il Coordinatore della Sicurezza in fase sia di progettazione che di esecuzione.

Tutti i lavoratori, auto-recuperanti, operai di imprese esterne e singoli artigiani, dovranno utilizzare dispositivi di protezione individuale e collettiva omologati (ad esempio scarpe antinfortunistiche, caschetti, guanti, imbracature), mentre le macchine utensili che lo richiedano dovranno essere condotte e utilizzate da operatori muniti di specifico patentino.

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